La vittoria della leggerezza

Alla fine, con un po’ di ritardo rispetto a quanto si potesse pensare nel 2012, il momento tanto atteso è arrivato. A distanza di cinque anni dal settimo sigillo, Roger Federer si è laureato campione sull’erba di Wimbledon per l’ottava volta, prendendosi in solitaria il record che fino a ieri condivideva con Pete Sampras e William Renshaw. Nell’atto conclusivo, il campione svizzero ha avuto ragione di Marin Cilic senza troppi patemi, complice anche un infortunio al piede occorso al croato, portato alle lacrime dal dolore a metà del secondo set.

Al di là della finale, una partita che ha avuto una sua storia solo nel primo parziale, l’ottava vittoria a Church Road segna un ulteriore passaggio in questo 2017 di riscatto totale per Federer, motivato come non mai a riprendersi quanto aveva dovuto lasciare per strada negli ultimi anni. Il momento no di Djokovic e Murray, i migliori per distacco nelle ultime tre stagioni, ha certamente contribuito a questa fase di rilancio, ma i cinque successi su sette tornei giocati finora nell’anno solare danno l’idea di quella che è stata finora la condizione dell’ex numero 1 del mondo, che nella seconda parte di stagione potrà andare a caccia di altri obiettivi ambiziosi.

Wimbledon
La gioia di Federer dopo il successo su Cilic (Fonte foto: Boston Herald)

La classifica della ATP race to London, quella che designerà gli otto partecipanti alle ATP Finals di fine anno, lo vede secondo, a circa 500 punti di distacco dall’eterno rivale Rafa Nadal. La stagione sul cemento americano, a partire dal mese prossimo, potrebbe segnare il sorpasso di Roger sul maiorchino, per candidarsi anche a tornare in vetta alla classifica mondiale, come non gli capita dal novembre 2012, lui che è il detentore del record di settimane al vertice del ranking.

Ma ciò che più attrae Federer, con ogni probabilità, non è tanto il primo posto per il computer, quanto la concreta possibilità di cogliere a Flushing Meadows il ventesimo titolo del Grande Slam in carriera. Finora, nei tornei importanti, lo svizzero non ha mai deluso le aspettative, e adesso, dopo un mese di riposo, è probabile che salti il 1000 di Montreal per presentarsi al meglio sul cemento statunitense, prima a Cincinnati e poi a New York, per continuare a inseguire i suoi sogni, con l’insostenibile leggerezza che lo ha distinto, in questi ultimi mesi più che mai, dai suoi avversari. Nelle settimane sul verde, anche quando ha perso malamente a Stoccarda, e nonostante il raffreddore che lo ha accompagnato per tutta la durata di Wimbledon, Roger ha sempre mantenuto un distacco e una serenità che, specialmente alla sua età, fanno la differenza, almeno fino alla vittoria finale, quando la commozione, dopo uno sguardo ai figli nel box, ha preso il sopravvento.

Se, infatti, per Nadal l’eliminazione sull’erba di Wimbledon, contro uno specialista giardiniere come Gilles Müller, rappresenta sicuramente una delusione, ma di quelle che verranno smaltite in fretta, i problemi che affliggono nel fisico e soprattutto a livello mentale Novak Djokovic e Andy Murray paiono esser ben più gravi. Il serbo continua a sembrare l’ombra di sé stesso e, dopo dei primi turni particolarmente agevoli, ha iniziato ad accusare negli ottavi con Mannarino il riacutizzarsi del fastidio al gomito che lo aveva costretto a fermarsi dopo l’Australian Open, per poi ritirarsi, sotto di un set e di un break nei quarti con Berdych. La conferenza stampa postpartita ha evidenziato un Nole abbattuto, indeciso se prendersi una pausa di qualche mese per riuscire dove il cambio di allenatore, con Agassi e anche l’amico Ancic al suo fianco a Wimbledon, non è riuscito. La sensazione è che, più che nel gomito, il problema risieda nelle motivazioni, al di là del gossip alimentato da McEnroe.

Per il campione uscente dei Championships, invece, l’infortunio all’anca continua a essere molto condizionante: lo si era visto con Fognini, lo si è visto ancor più drammaticamente nella sfida con Querrey, che Murray non ha abbandonato solo per orgoglio, dovendosi sottoporre a un umiliante doppio 6-1 nei set conclusivi. Chi, invece, può sorridere è Marin Cilic, che nonostante la sfortuna della finale ha dimostrato di poter esser ancora competitivo fino in fondo nei Major, e allo US Open avrà la possibilità di giocarsi le sue carte nel torneo che lo ha visto trionfare nel 2014, nelle due migliori settimane della sua vita tennistica.

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Marin Cilic durante la finale di Wimbledon con Roger Federer (Fonte foto: Metro News)

Con lui, oltre al solito Del Potro, dal quale ci si aspetta un risultato finalmente all’altezza nei tornei dello Slam in stagione, i principali outsider potrebbero essere i giovani in rampa di lancio: Alex Zverev, fresco del primo ottavo di finale a Wimbledon, Kyrgios, qualora riuscisse a risolvere i fastidi all’anca che ne hanno compromesso la partecipazione ai Championships, e Dominic Thiem, che proprio a New York aveva centrato il suo primo risultato importante a livello di Slam. Sempre Federer permettendo, ovviamente.

Al femminile, Wimbledon ci consegna una nuova numero 1, Karolina Pliskova, per la quale il difficile viene adesso, vista la grande quantità di punti da difendere nei prossimi mesi per restare in vetta al ranking, e una campionessa ritrovata. Garbiñe Muguruza, dopo l’anno di smarrimento totale che aveva fatto seguito alla vittoria del Roland Garros 2016, è tornata a brillare, sotto la sapiente guida di Conchita Martinez, la prima – e fino a sabato, unica – spagnola vincitrice sull’erba inglese.

Una buona notizia per il tennis, che ha bisogno, in ambito WTA, di personaggi come la Muguruza, per colmare l’enorme vuoto che Serena Williams e Maria Sharapova hanno lasciato, specialmente a livello di immagine.

 

Fonte immagine in evidenza: The Guardian

Francesco Nardi

Ventun anni, diplomato al liceo classico di Ascoli Piceno, studia giurisprudenza a Bologna. Parla inglese e spagnolo; prima di Voci di Sport, ha scritto per Vavel Italia.

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