Storie dal Sud America: Wilson Severino

Wilson Severino con la camiseta del Club Atletico Atlas ha segnato 109 gol in 256 partite ed è il calciatore simbolo del club. Si è ritirato un anno fa, quando ha deciso di dedicarsi interamente al suo lavoro. La storia di Wilson è quella di un normalissimo ragazzo dell‘interior argentino cresciuto col sogno di diventare calciatore, ma che ha dovuto fare i conti con la realtà dell’Ascenso argentino.

Wilson è nato il 15 febbraio del 1980 a Rio Cuarto, un paese della provincia di Cordoba. Nelle sue vene scorre sangue carioca, suo padre, infatti, è un brasiliano trapiantato in Argentina e che ha sposato una salteña. Dall’amore di questi due ragazzi è sbocciato Wilson, un ragazzo innamorato del pallone fin da piccolo. Ha giocato a calcio facendo la trafila nel Club Andino con cui ha debuttato anche in prima squadra nel 2003. Ma giocare a calcio in Argentina nelle serie inferiori non è cosi semplice. I soldi non girano e si gioca più per passione che per altro, con la speranza che un giorno o un altro ancora, qualcuno ti porti via da quel purgatorio e ti faccia assaporare il profumo del professionismo.

A Wilson non è andata bene, nonostante fosse un grandissimo prospetto. Poco dopo il suo esordio in prima squadra i problemi economici strozzavano la sua famiglia e per guadagnare da vivere decise di trasferirsi a Buenos Aires per raggiungere suo zio e suo cugino che lavoravano in una ditta di treni. Iniziò dal basso lavando stazioni e pulendo le carrozze. La necessità di potare dei soldi a casa  lo costrinse ad occuparsi delle mansioni più umili ma ciò che desiderava più di ogni altra cosa era giocare a calcio e continuare la sua vita sull’erba verde.

E con grande orgoglio Wilson può ammettere di esserci riuscito: per tanti anni ha intrecciato il suo lavoro alla ferrovia con il calcio. Ha giocato per un breve periodo con il Central Ballester e poi ha bussato alla porta di casa l’Atlas, a cui è rimasto fedele dal 2005 fino ad oggi. Negli anni ha avuto proposte anche da club di categoria superiore, ma lui ha preferito restare in Primera D perché il suo stipendio in ferrovia gli garantiva stabilità economica, dividendo così la sua vita tra calcio e lavoro.

Fin da piccolo ha tifato il River Plate, ma il suo idolo è sempre stato Juan Roman Riquelme. L’anno scorso, dopo una carriera onorevole sui campi dell’Ascenso ha deciso di lasciare il calcio e dedicarsi interamente al suo lavoro nelle ferrovie ottenendo anche una promozione. Ora è anche il responsabile del settore sportivo dell’azienda per cui lavora, ma quando il tabellone della Copa Argentina ha messo di fronte il suo Atlas contro il suo River non ha resistito. Ha chiamato Maxi Ambrosio, il presidente della squadra per cui giocava, e il suo ex compagno Cesar Rordriguez, ora allenatore dell’Atlas, e ha chiesto di poter giocare la partita della sua vita, quella che ha sempre sognato. Non potevano che accettare, Wilson è il calciatore più importante nella storia del piccolo club che ha sede di General Diaz, un barrio che sorge ai confini più remoti della capitale argentina.

Il sedicesimo di finale tra River e Atlas si è giocato a Salta, città d’origine della madre di Wilson. Il River vinceva 3-0 e mancava pochissimo al termine quando è arrivato il momento di Wilson. Rodriguez si era risparmiato l’ultimo cambio per far entrare il suo amico, per concedergli l’opportunità che un attaccante di razza come Severino non ha mai avuto: giocare tra i professionisti. Ed è in questi frangenti che Wilson è entrato nel cuore di tutti gli argentini: appena è entrato, con il viso rotto dall’emozione, si è avvicinato a Ponzio e lo ha abbracciato sotto lo sguardo attonito dei 20.000 spettatori.

Momenti stupendi, momenti di un calcio lontano dai grandi stadi e dai tanti soldi che questo sport offre. Nelle lacrime di felicità di Wilson ci siamo tutti noi che sogniamo le grandi storie e che crediamo che dentro quella sfera ci sia più di quanto si possa immaginare.

Foto immagine apertura: http://www.infobae.com

Lorenzo D' Aloia

Passione per lo sport nata all'età di tre anni, quando in braccio alla nonna guardavo il giro d'Italia, maturata negli anni, scoprendo la passione per calcio, basket e motori. Innamorato di quelle curve calde, colorate e passionali come quelle sudamericane.

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