L’alba di un dominio?

Di questi tempi, un anno fa, raccontavamo il successo della Gran Bretagna in Coppa Davis, e di come quella vittoria potesse rappresentare un trampolino di lancio per Andy Murray, reduce da un’annata particolare per tanti motivi, tennistici e non, in vista della stagione 2016. Dodici mesi dopo, lo scozzese ha appena chiuso l’annata al numero 1 del ranking ATP, dopo aver dominato il circuito nella seconda parte dell’anno solare.

Wimbledon, i Giochi di Rio, Pechino, Shanghai, Vienna, Parigi-Bercy, il Masters di fine anno. Questa la sequenza di titoli – intervallati dalle cadute sul cemento nordamericano a Cincinnati e Flushing Meadows – che ha portato Muzza a issarsi in vetta alla classifica mondiale, scalzando Novak Djokovic, il tiranno delle ultime stagioni apparentemente svuotato a livello mentale dalla prima vittoria in carriera al Roland Garros, che gli ha consentito di chiudere il career Grand Slam.

Un traguardo, quello della posizione numero 1, inseguito con grande forza di volontà, partecipando anche a tornei come Vienna e Pechino che, in condizioni normali, Murray si sarebbe probabilmente risparmiato senza troppi patemi. A fine anno, infatti, il protetto di Ivan Lendl è il giocatore ad aver disputato più incontri nel circuito, 87, persino più di Dominic Thiem, fermatosi a 82 dopo un’annata da Stakanov che l’ha visto impegnato in ventotto tornei.

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L’infografica sull’annata e la carriera di Murray, realizzata da Stampaprint su misura per VdS

Non sarebbe bastato, però, giocare più tornei per conquistare il trono di migliore al mondo, se non fosse scattato qualcosa nella testa di Murray. Dopo un Australian Open caratterizzato dall’attesa per la nascita della piccola Sophia Olivia e chiusosi con l’ennesima sconfitta in finale contro Djokovic e le difficoltà nei Masters 1000 di Miami e Indian Wells, il cambio di marcia è arrivato sulla terra rossa, con le finali di Montecarlo e Parigi e soprattutto il successo a Roma, dove ha messo alle corde il serbo, mai brillante durante la settimana. Archiviata in breve tempo la delusione del Roland Garros, la stagione sull’erba ha riservato la solita passerella al Queen’s e, soprattutto, il secondo titolo in carriera a Wimbledon.

Sul tappeto dell’All England Lawn Club lo scozzese ha preso il volo per la seconda parte di stagione da cannibale. Lo Slam parigino aveva segnato il punto di svolta per Djokovic in negativo, privandolo di motivazioni e portandolo a una serie di prestazioni meno brillanti, su tutte la sconfitta a Wimbledon con Sam Querrey, uno dei simboli della mediocrità attuale del tennis USA. Nel frattempo, approfittando anche della caduta di Federer con Raonic per riconquistare il Major a lui più caro. Una vittoria

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Murray e Raonic posano con i trofei di vincitore e finalista dei Championships (Fonte foto: Sportsnet)

Da lì in poi, Murray ha iniziato la propria rincorsa su Djokovic: il secondo oro olimpico consecutivo (primo nella storia a riuscirci) è stato il preludio a una stagione sul cemento americano interlocutoria, per poi scatenarsi nell’ultimo quarto dell’anno tennistico, quello riservato alle superfici indoor. A Parigi-Bercy, con la conquista del quattordicesimo 1000 in carriera, è arrivata anche la corona di numero 1 del ranking, poi difesa nel Masters di fine anno a Londra, dove, per la prima volta, due giocatori si sfidavano in finale per il trono di miglior tennista dell’anno.

Una seconda metà di stagione probabilmente irripetibile, frutto di miglioramenti che lo hanno portato a una completezza e consapevolezza tale da giocare con maggiore serenità i punti chiave delle partite importanti, un aspetto del suo gioco che storicamente gli aveva creato problemi, specialmente nelle sfide contro gli avversari più solidi sotto questo punto di vista. Impressionante, poi, il dato nelle sfide contro i top ten: 16 successi a fronte di sole 5 sconfitte, 3 delle quali contro Nole.

Per Andy, adesso, si prospetta un periodo di relativa tranquillità. All’inizio della nuova stagione tennistica, infatti, Djokovic dovrà difendere moltissimi punti ATP, e lo scozzese potrà allargare il divario con la concorrenza grazie agli ampi margini nei Masters 1000 di Indian Wells e Cincinnati. All’orizzonte, però, non c’è solo il Djoker serbo. Federer e Nadal, i dominatori di un’era tennistica che sembra ormai lontana, sono decisi a rientrare nel 2017 per giocarsi le ultime carte nei tornei dello Slam, mentre Wawrinka, che in carriera può vantare lo stesso numero di Major di Murray (3), nonostante una costanza di rendimento ben inferiore, continuerà a rappresentare la variabile impazzita nei principali tornei.

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Stan Wawrinka, trionfatore a Flushing Meadows (Fonte foto: SB Nation)

C’è, poi, in perenne attesa, la nuova generazione, che aspetta ancora la prima vittoria in uno Slam di un giocatore nato negli anni Novanta: Kyrgios, grande amico di Murray, Zverev e Thiem sembrano i candidati più forti per spezzare questa maledizione, senza trascurare ovviamente Raonic, arrivato con l’aiuto di McEnroe al numero 3 nel ranking e progressivamente sempre più completo nel proprio gioco, lontano dalla monodimensionalità che lo caratterizzava nelle prime stagioni da pro.

Insomma, il regno di Andy di Scozia, superato il primo scoglio che ne avrebbe decretato il crollo dopo una sola settimana, potrebbe risultare più duraturo del previsto, specialmente se, a livello mentale, i progressi dovessero esser confermati. E chissà che, finalmente, non possa arrivare anche il titolo in Australia, dopo cinque finali perse. E a quel punto non ci sarebbero limiti.

Fonte foto in apertura: road2sport.com

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