Howard a caccia dei superpoteri

Toccare il cielo è un’impresa per cui vale la pena rischiare, non importa che ci sia il pericolo di cadere nel vuoto: può bastare una semplice metafora del genere a definire al meglio la situazione piuttosto complicata che vede protagonista Dwight Howard. Il forte centro statunitense è stato a lungo considerato uno dei migliori nel suo ruolo di tutta la NBA, aggiudicandosi il riconoscimento di miglior difensore dell’anno nel 2009, nel 2010 e nel 2011. Dall’estate scorsa il suo lungo girovagare nella storica lega di basket lo ha riportato nella sua città natale, Atlanta, rappresentando – almeno sulla carta – un colpo di notevole spessore per gli Hawks, le aquile a secco addirittura dal 1958 (quando si chiamavano ancora St. Louis Hawks) e desiderose di tornare a spiccare il volo.

Nel 2008 Howard vinse lo Slam Dunk Contest con indosso il costume di Superman, guadagnandosi da quel momento il soprannome. (Fonte: nbareligion.com)

E, in questo senso, l’arrivo di Howard alla corte di Mike Budenholzer avrebbe dovuto rappresentare il riempimento della casella mancante del mosaico di un roster tutto sommato ben strutturato, un mix in teoria vincente di talento ed esperienza, con i giovani Dennis Schröder e Tim Hardaway e i veterani Paul Millsap, José Calderón e Thabo Sefolosha. Nomi che sulla carta avrebbero potuto tranquillamente rilanciare il team di Atlanta, riportandolo nuovamente nella lista delle squadre migliori della lega. Un processo chiaramente non semplice e oltretutto da condurre in porto in maniera graduale, ma che al contempo appariva un obiettivo più che alla portata per un roster come quello a disposizione degli Hawks. Le cose, però, non sono andate proprio come ci si aspettava: dopo un più che positivo quinto posto in Eastern Conference (record di 43 vittorie e 39 sconfitte), infatti, gli uomini di Mike Budenholzer sono caduti mestamente nel primo turno dei playoff contro i Washington Wizards di John Wall, nonostante la rimonta dal 2-0 iniziale in favore di questi ultimi al 2-2, centrata in gara-4. Un’impresa già di per sé notevole quella di recuperare uno scarto del genere, vanificata però dalle due sconfitte successive, che hanno determinato l’estromissione di Atlanta in favore dei ragazzi di Scott Brooks.

Dwight Howard ha militato tra le file degli Orlando Magic dal 2004 al 2012, arrivando alle finali di NBA nel 2009. (Fonte: thesportsquotiest.com)

Un passo falso che lascia l’amaro in bocca ai falchi della Georgia, che non possono fare altro che rimboccarsi le maniche e prepararsi nel migliore dei modi alla prossima regular season. Il tempo a disposizione per farlo è ancora tanto, anche perché i playoff sono ancora in pieno svolgimento, eppure dalle parti di Atlanta non c’è mai spazio per la tranquillità e ormai giornalmente indiscrezioni e dubbi vedono come protagonisti gli Hawks. Uno su tutti è quello relativo proprio al protagonista principale – anche se la storia non è proprio di quelle col lieto fine – dell’annata della squadra di Budenholzer, ossia Dwight Howard. Il centro nativo di Atlanta era stato accolto con grande fermento e affetto dai supporter degli Hawks la scorsa estate, anche e soprattutto in virtù di un curriculum di tutto rispetto: il 31enne, infatti, nei suoi primi dodici anni in NBA ha centrato risultati più che prestigiosi, militando tra le file degli Orlando Magic dal 2004 al 2012, perdendo il titolo in favore dei Los Angeles Lakers, poi proprio nel club californiano (per un solo anno), dove risulta il miglior rimbalzista della stagione con 12,4 rimbalzi, seppur subendo un pesantissimo 4-0 ad opera dei San Antonio Spurs al primo turno dei playoff, quindi negli Houston Rockets, dove dal 2013 al 2016 forma una stratosferica coppia con l’altra stella della squadra, la guardia James Harden.

Dwight Howard ha lasciato gli Houston Rockets la scorsa estate dopo tre stagioni. (Fonte: nbareligion.com)

Durante il suo secondo anno in quel di Houston le sue prestazioni viaggiano in direzione parallela rispetto a quelle della squadra: i Rockets disputano un’ottima stagione e arrivano fino alle finali di NBA, perdendo l’anello contro i Golden State Warriors, ma Howard alterna buone prove a gare decisamente sottotono, risultando a tratti un peso più che una risorsa per i suoi. Lo stesso si ripete l’anno successivo, l’ultimo a Houston per il classe ’85, che spesso finisce nel rovente e profondo calderone delle critiche in seguito a prestazioni spesso deludenti, risultando dunque il capro espiatorio di un’annata negativa che i Rockets chiudono insperatamente all’ottavo posto, perdendo poi al primo turno ancora una volta contro i Golden State futuri campioni. Alla luce di tutto ciò, Howard decide di cambiare aria per ritrovare lo smalto dei tempi d’oro, accasandosi agli Atlanta Hawks. Nella sua città le cose partono subito alla grande per lui, con i suoi che nelle prime dodici partite della regular season perdono appena due volte, totalizzando dieci successi. Poi le prime difficoltà, con dieci sconfitte in undici gare e l’illusorio andamento da schiacciasassi a gennaio (undici vittorie e quattro sconfitte), prima di chiudere la stagione regolare con un andamento piuttosto altalenante, pur riuscendo comunque a centrare un buon quinto posto finale in Eastern Conference.

La scorsa estate Howard è tornato nella sua città, ma in quel di Atlanta non è riuscito a ritrovare la forma dei tempi migliori. (Fonte: ajc.com)

Howard non riesce a confermarsi sui livelli su cui si era espresso a inizio stagione, fatica parecchio ad incidere e diventa sempre meno imprescindibile per gli Hawks, fino ad avere un ruolo addirittura da comprimario nella squadra in cui avrebbe dovuto recitare una parte di prestigio. Badenholzer lo ha utilizzato col contagocce nella serie del primo turno dei playoff contro i Washington Wizards, con il centro 31enne che non le ha mandate a dire al suo allenatore, dichiarandosi piuttosto contrariato per la scelta di fargli giocare appena 29 minuti nel primo match, 19 nel secondo, 26 nel terzo, 30 nel quarto, 28 nel quinto e 22 nel sesto, per un totale di 154 minuti sui 288 totali. Tra infortuni e situazioni del genere, Superman pare aver ormai perso il mantello e non riesce più a volare come faceva un tempo, quando era nella lista dei giocatori più amati e stimati dell’intera NBA, tanto da essere considerato l’erede di Shaquille O’Neal. Qualcosa nel tempo è andato storto, dai già citati infortuni che ne hanno limitato il rendimento allo scarso feeling con le tante stelle con cui ha condiviso numerose stagioni, tra cui Kobe Bryant a Los Angeles e James Harden a Houston, così il ritorno sulla East Coast sembrava la soluzione migliore per lui. Gli Hawks hanno puntato sulla sua voglia di riscatto dopo la cessione di Al Horford ai Boston Celtics.

Dwight Howard con Mike Budenholzer, allenatore degli Atlanta Hawks che gli ha concesso poco spazio nella serie dei playoff contro i Washington Wizards. (Fonte: nba.com)

Una scelta sulla carta comprensibile, ma che non trova riscontri pratici: pur trattandosi di due ottimi centri, infatti, Howard non offre le stesse garanzie di Horford dal punto di vista offensivo, essendo quest’ultimo decisamente più preciso e incisivo sia per ciò che concerne le conclusioni dalla distanza che i tiri liberi, oltre che in grado di impostare l’azione dei suoi. Superman, dal canto suo, è sicuramente un buon finalizzatore, ma il compito di dirigere la manovra dei suoi spetta a Paul Millsap. Howard è un’enigma per il gioco di Budenholzer e quest’anno si è messo in luce in positivo per ciò che riguarda i rimbalzi, uno dei pochi ambiti in cui l’ex Orlando Magic è una spanna sopra Al Horford, tanto da aver vinto il titolo di miglior rimbalzista della NBA ben cinque volte (2008, 2009, 2010, 2012 e 2013): la sua media di rimbalzi è di 12,7 in questa stagione, decisamente superiore a quella di 6,8 fatta registrare dal classe ’86 dominicano. Numeri e statistiche spesso sono ritenuti irrilevanti e controproducenti, ma servono anche e soprattutto a dimostrare la veridicità di una tesi, anche se sul fatto che Howard non fosse più quello di una volta non c’erano davvero più dubbi, dati statistici a parte.

Fonte in apertura: si.com

Dennis Izzo

Aspirante giornalista sportivo, collabora per Voci di Sport da luglio 2014 e si occupa di calcio in generale (in particolare Serie A, Premier League e Nazionale italiana) e - da aprile 2017 - di basket NBA. L'obiettivo è quello di trasmettere nei pezzi la propria passione, per far sì che i lettori siano sempre informati esaurientemente e che sia stimolata la loro curiosità.

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